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On marzo 15, 2010, in Senza categoria, by prepapero

Buongiorno a tutti :)



In questo periodo l'ispirazione per scrivere sul Papero e' scemata per varie ragioni (impegni, cambi di direzione…) ma sono sicuro che anche il papero risorgera', probabilmente in una nuova veste grafica che ho gia' in mente.

Nel frattempo chi si volesse leggere qualcosa di mio puo' dirigersi al mio nuovo blog
http://indoitaliano.wordpress.com/

dedicato alla mia vita in India

Un abbraccio a tutti

 

On febbraio 11, 2010, in Senza categoria, by prepapero

 Snow Showers


 (Docce di neve)

Ancora non e’ iniziato e gia’ ha preso forma, ha sublimato nell’aria, ha "quagliato" come uso dire io. E’ evaporata un’ora e si e’ raffreddata; ora la condensa scivola densa verso il basso sulla superficie liscia di uno specchio, come e’ naturale.

Uno schermo bianco illumina la stanza nelle notti blu, calme e quiete, fredde, assetate di tempo.

Le giornate trafiggono il tempo e non lasciano che poche tracce superficiali, solchi, solchi nella neve di questo tempo soffici e cedevoli, pronti per essere cancellati da un dito, un piede o uno scroscio di pioggia.

Nella notte un breve rumore m’interrompe, mi scopro a volare di sollievo appena sotto le coperte e vorrei ricadere in quel sonno cosi’ bello e materno che pero’ tutto d’un tratto, mi sfugge.

 

On gennaio 26, 2010, in Senza categoria, by prepapero

You know the song?


freddo infame in un questa italia piovosa, soffia un vento che m’increspa e mi irrigidisce.
zuppo di goccette di rugiada ando per il borgo medievale, riassaporando il sapore di una bella dormita curativa, di una serata a ricamare in aria un arazzo indiano per la delizia dei presenti. Paolo ed io ci facciamo luccicare gli occhi sforzandoci di spremere l’inesprimibile e versarlo in parole, sorrisi, cenni per condividere con gli amici il viaggio, ormai andato.

Nella nuvola di fumo di qualche bidi sfumacchiato per le artiche salite di perugia ci troviamo ad abbracciarci nei cappotti, con voluminose sciarpe e cuffie di lana dopo il grande caldo padre di Varanasi, dopo le vacche e il Gange, dopo quell’abbuffata di eternità siamo tornati nelle nostre vecchie scarpe da lavoro, direbbe Bukowski.

"Adesso posso bere quanto mi paaaare" – ITDO

In case della ridente Europa progredita e limpia battiamo i denti, il riscaldamento non c’è e se c’è non funziona e se c’è e funziona ci sono degli spifferi maiuscoli che cancellano il tepore. Rimpiango i tropici, il sudore, il solleone che mi accoglieva ogni qualvolta sbucavo dalla mia tana, la polvere, le maniche corte, le (rare) zanzare puneiche, i mango lassi, una vita mai ferma per la strada. Ma allo stesso tempo mi godo mi godo e mi godo la vicinanza degli amici, di un bar dove sorseggiare un caffè degno di codesto nome, le chiacchere e gli abbracci che attendevano da tanto di essere esplicitati nel mondo reale. Di un silenzio che ha del paranormale, di una quiete che rima con morte sometimes, del civismo menzognero che si risolve nella raccolta differenziata e in una vita indifferente.

(Italiani, vi compatisco.)

 

On dicembre 8, 2009, in Senza categoria, by prepapero

 Scrivi un nuovo post


Scrivilo, per favour.
In questi giorni movimentati di gente che inizia a affittare case, altri che partono, che tornano, in questi giorni cosi’, senza lasciarci lo spazio di un respiro e’ iniziata la tanto temuta Alta Stagione.

Molta piu’ gente occidentale in giro, molto poco posto per sedersi comodamente alla German Bakery e gustarsi una Tiramisu Bowl, i rickshaw driver si contendono il povero turista appena approdato a Pune come se fossero leoncini che si avventano su Bambi in perfetto stile documentario del National Geographic. Io, con qualche mese di esperienza, dedico al poveretto uno sguardo compassionevole e -quando possibile- do’ una mano.

Una chicca di questa nuova casa che si affaccia sul fiume, il quieto fiume, l’eterno fiume e’ che poco distante da qui c’e’ un burning ghat, ovvero uno di quei posti sulle rive dei fiumi dove ci sono le pire funerarie e ogni tanto entra dalla finestra uno strano odore di barbecue… per quanto scioccante possa risultarvi, anche questo e’ India.

vi saluto con un video di una bella performance di quel geniaccio di Jimi Hendrix. 


 

On novembre 7, 2009, in Senza categoria, by prepapero

Gesta di un viaggio in un ospedale indano



Prefazione: Purtroppo da qualche tempo un’amica non sta molto bene, niente di grave: febbriciattola, poche energie e non si riesce a capire bene cos’abbia, se siano gli strascichi di un’intossicazione alimentare o chissa’ cosa. Dunque il suo medico, dopo aver cercato di curarla a modo suo senza molto successo, le ha dato come ultima opzione il rivolgersi ad un medico in ospedale.

Svolgimento: Oggi la maestra ci ha detto di scrivere un tema con titolo:"… no, questo lo tralascio.

In questi giorni, cosi’, ho passato parecchio tempo all’ospedale Vattelappesca accanto al centro di meditazione di Osho con questa amica, a farle compagnia nelle lunghe attese per le visite, a fare la coda agli sportelli per pagare le visite e gli esami e a fare il traduttore (lei non capisce benissimo l’inglese) raccogliendo delle perle sugli ospedali indiani.

Per prima cosa ci tengo a chiarire un concetto: l’ospedale indiano non e’ cosi’ diverso da una qualsiasi ASL italiana, anzi per molti versi e’ simile.
Ma andiamo con ordine.

Per prima cosa le file agli sportelli, qui la coda e’ sempre schiacciatissima, stai a massimo cinque centimetri da quello davanti e quello dietro ti sbuffa sul collo, anche se c’e’ spazio in abbondanza. Sara’ per denotare che abbiamo tutti fretta. Differenza tra italia e india: se qualcuno taglia la coda qui e’ prassi, nessuno pensa di prendersela o dire mezza parola, visto che piu’ ci si avvicina allo sportello piu’ la coda e’ "a ventaglio", cioe’ ci sono dieci mani protese verso il cassiere, c’e’ una signora che si intrufola per chiedere un’informazione… quindi chi e’ prima e chi e’ dopo non e’ cosi’ chiaro ne’ cosi’ importante.

Secondo elemento predominante: il caos. Sara’ che io e la mia amica siamo stranieri ma mi pare che pure gli indiani abbiano le idee belle confuse su quale sia la prassi per prenotare una visita, un’esame, pagare ecc ecc. Alcuni ti dicono che devi aspettare i risultati degli esami, poi andare allo sportello X, dopo cinque secondi la collega ti dice che puoi andare subito allo sportello Y per pagare… entrambe le informazioni possono dimostrarsi vere o infondate, indifferentemente.

Senza contare che un giorno il dottore X c’e', il giorno dopo dovrebbe esserci ma non c’e’ e quindi il dottore che visita non sa quasi niente di questa ragazza, le rifa’ le stesse domande, stesse riposte e in cinque minuti ti rispedisce fuori con un biglietto che ordina altri due esami. Da fare il giorno dopo e poi ritornare… ritornare…

L’altro giorno nello studio del tal dottore Mandora ho contato dodici persone. Dodici contemporaneamente.
Due medici che alla scrivania scrivevano le ricette che il dottore dettava, il dottore, che dev’essere uno con esperienza, io, la mia amica e sette altri pazienti e parenti; chi in piedi, chi seduto. Ovviamente a volte qualcuno viene anche visitato sul lettino, c’e’ una tenda che da’ un minimo di privacy alla persona ma le domande e risposte mica le scrivono a caratteri cifrati su una lavagnetta. Tutti ascoltano tutto.

Cosi’ l’altro giorno era con noi una signora che probabilmente ha la tubercolosi, col marito. Mi sono visto le sue radiografie mentre aspettavo che visitassero la mia amica. Quell’altro che ha portato il fratello perche’ ha dolori addominali e febbre. E cosi via. Tutti si fanno i cazzi di tutti, senza che nessuno batta ciglio. Mi chiedo se quando devono dare una diagnosi grave facciano un cenno e facciano uscire tutti di botto, il che sarebbe un bruttissimo segno.

Appena fuori dallo studio c’e’ la sala d’attesa con tante seggioline di plastica stile anni 70 colorate. C’e’ un’infermiera con il sari d’ordinanza che -seduta davanti alla porta- fa da buttafuori per gli insistenti che vogliono entrare prima del loro turno (a volte riuscendoci, ovviamente) e organizza la coda. Distribuisce i numerelli e chiama il nome del fortunato paziente. La signora, ovviamente, non spiaccica una parola d’inglese pero’ e’ fluente in hindi e tutte le volte quando le do’ il ticket che dimostra che ho pagato la visita mi fa una ramanzina in hindi su vai a sapere cosa.

L’altro giorno mi giro verso la platea in attesa e dico in inglese
- qualcuno mi puo’ dire cosa ha detto?

Silenzio e facce da pesce. Venti facciotte da pesce verso di me. Un quadro.

Finche’ finalmente un ragazzo mi ha spiegato cosa diceva la signora.

Un’ospedale in India e’ posto di speranza, di vita e di morte, di preghiere (ovviamente) e salendo le scale si vedono alle pareti dei quadretti con tutte le divinita’: da Ganesh (il dio elefante) a Krishna, a Gesu’ nella versione psichedelicha indiana e la foto onnipresente del fondatore dell’ospedale con la sua bella chioma riccioluta.

Ipnosi, si chiama.

A mezzogiorno portano il pranzo ai degenti: un thali con pane, riso, dhal (lenticchie) e verdure. Chi l’ha mangiato giura che sia tutto molto piccante. Io per ora mi sono limitato alla caffetteria dell’ospedale: un luogo all’aperto in cui servono panini, samosa (my love…), chai bollente, nescafe’ (probabilmente acquetta) e dei cannoncini di pasta sfoglia abbastanza buoni.

E -come sempre- la miglior pratica e’ sempre rompere le palle a tutti per farsi fare le cose. Altrimenti ci si vede passare davanti oves et boves et universa pecora.

(ammazza ao’ quanto sta uscendo lungo questo post, ma metto l’ultima chicca)
Normalmente nel reparto di Pronto soccorso o Emergency vedi schizzare le infermiere con le barelle e il ferito ululante con mille flebo stile ER. Qui no, c’e’ il ferito, c’e’ la barella, ci sono minimo quattro parenti attorno ma tutto si muove a passo d’uomo. Sembra che pensino: se devi morire muori, mica ci possiamo fare niente, e’ volonta’ divina. La fretta e’ un concetto a cui l’indiano medio e’ idrorepellente.


Good night babies.

 

On ottobre 22, 2009, in Senza categoria, by prepapero

Intermezzo


Apri la confezione delle uova da sei, confezionata e chiusa con l’elastichino e -voila’- nella confezione ce ne sono solo cinque. La cosa fa un po’ ridere, ma qui e’ un’abitudine consolidata, tutto cio’ che puo’ essere rubato, svuotato da qualsiasi prodotto viene tolto.  Memorabili i tubetti di colore che un’amica voleva comprare in un negozio, gia’ mezzi vuoti. E ovviamente, facendolo notare al negoziante, quello spergiurava che "erano gia’ cosi’ " e che non ne aveva altri.

Dopo qualche tempo si impara ad aver la testa dura ed ad andare oltre le prime rimostranze del venditore: io sono l’acquirente, io ho i soldi in tasca, io scelgo. E -se lo voglio- i miei soldi non te li do’.

Seconda scena, chiedere le cose.
A volte qui vivo il conflitto di "chiedere le cose" perche’ a volte chiedendo qualcosa non solo non si migliorano le cose, ma si peggiorano pure.
Esempio: in casa c’e’ una coperta che puzza un po’. Visto che vorrei usarla ma cosi’ com’e’ puzza troppo, chiedo (o meglio faccio segno) alla signora delle pulizie facendole capire che vorrei che la lavasse. Lei annuisce e mi dice qualcosa in hindi, capisco che vuol dire che dopo Diwali me la ridara’ lavata.

Qualche giorno dopo, passato Diwali, esco di casa per andare a mangiare e – vedo la mia coperta, probabilmente lavata, appoggiata su una Vespa che e’ parcheggiata nel sottoscala da almeno due anni, con uno strato di polvere spesso due dita. Appena fuori la porta, le due signore delle pulizie: la (ormai) famosa Chandra e Radha, quella che non parla inglese. Se ne stanno sedute a terra, cosa comunissima, a gambe incrociate a discorrere di Dio sa cosa con tranquillita’. Io le vedo e le chiedo, sorridendo, che senso ha lavare la coperta per poi metterla su quella carcassa di moto arrugginita. 

Lei, ippopotama sorniona, mi dice 
- Eh Nishant, ma prima di appoggiarci la coperta l’ho pulita la moto!!!

E io la riguardo con lo sguardo ancora piu’ sornione pensando
- Lo so ben io come pulisci le cose.

Chandra rimarra’ famosa per quando le chiesi di darmi la boccia di plastica con erogatore che si usa in casa per l’acqua potabile. Le chiesi se l’avesse lavata e lei mi disse si’, e subito dopo le chiesi delle lampadine perche’ in casa mancavano. Senza scomporsi mise le scatole delle lampadine, belle zozze, dentro la boccia vuota perche’ le portassi a casa. Ovviamente arrivato a casa dovetti rilavare la boccia di plastica.

Quindi ora ho in casa la coperta si’ lavata ma che e’ stata appoggiata su una moto lercissima in un sottoscala che e’ residenza abituale per ragni di dimensioni subumane e topi. 

La domanda sorge spontanea: e’ servito a qualcosa farsi lavare la coperta?

A voi la risposta. 
Io, per me, non lo so.


 

On ottobre 21, 2009, in Senza categoria, by prepapero

 Puner City Blues


Ho scritto veramente molte volte sulle note di "Inner City Blues" dell’eterno Gaye Marvin. Sin dai giorni, a Roma, quando ancora la canticchiavo piu’ per il ritmo, senza soffermarmi sulle parole.

Ora e’ appena passato Diwali (o Deepavali), la festivita’ indiana pari al nostro SS Natale. Le case sono ancora illuminate da lucine colorate, gli alberi addobbati con altrettante lucine e la notte si sparano botti potentissimi e i fuochi d’artificio colorano il cielo.

Tutto mi fa molto strano quando di giorno ci sono trenta gradi fissi e io passeggio in pantaloncini e maglietta, con tutto rispetto al calendario. Diwali e’ una festivita’ interreligiosa, la celebrano tutte le religioni praticate in India: Hindu, Musulmani, Janinisti e Buddhisti, ognuno di loro dandole un significato diverso e in queste occasioni, al pari della tradizione italiana, ci si abbuffa come vacche sacre e ci si scambiano regali. Diwali e’ la festa delle luci e in ogni angolo, in ogni negozietto c’e’ una candela accesa a ricordarmelo.

Tradizione vuole che per questa festa si preparino dei dolci particolari, tutti ipercalorici e dolcissimi. L’altra mattina facendo colazione al ristorante di cui vi ho parlato qualche settimana fa, ne ho provato uno, era una palletta giallina grande come una pallina da golf. Consistenza: solida. All’interno era molto densa e appena messa in bocca ha assorbito in un sol colpo tutta la mia saliva, unendo la lingua col palato in pieno stile Bostik. Cio’ nonostante il sapore non era male, anche se un po’ piatto. Niente a che vedere con le prelibatezze esposte in ogni pasticceria italiana… ah! Il cannoncino!
Come spopolerebbe il cannoncino qui!

Nel frattempo da informatori italici ho scoperto che (forse) c’e’ un negozio che importa il mascarpone dall’Italia… ma questa e’ un’altra storia

Happy Diwali a tutti

 

On ottobre 4, 2009, in Senza categoria, by prepapero

Senti come piove


Una domenica in casa, a ridacchiare, a scherzare, a dormire, a rivedere Fight Club e a pensare a Tyler Durden.

Rivedo Fight club dopo quasi dieci anni e ora posso dire che l’ho capito.
Ho capito la grande metafora che e’ stata messa in scena: la metafora della divisione dell’Uomo. Meta’ mente, meta’ istinto, ribellione, liberta’. E ho anche capito che per certi aspetti la trasformazione del personaggio e’ molto vicina a quello che si fa qui, da Osho. Buttar fuori emozioni, tristezza, rabbia, distruggere tutto cio’ che pensiamo di essere per iniziare ad intravedere cosa siamo veramente.

C’e’ un cartone della pizza a terra, una bottiglietta di Coca-Cola vuota, un bel gruppetto di piatti da lavare in gita nel lavandino, tazze sporche, coltelli e forchette un po’ ovunque, una bottiglietta di Olio d’oliva vergine "Figaro" accanto ai fornelli.
Questa vita d’artista si sta facendo durissima.

Ebbene si’, e’ un giorno senza pretese, in cui non metto il naso fuori dalla porta ma e’ uno di quei preziosi e rari casi in cui mi va bene cosi’, non mi lamento, non mi preoccupo del futuro.

Sento la pioggia che scende.
Come diceva Lao Tsu in cinese, "Wu Wei", niente da fare.



 Advertising has us chasing cars and clothes, working jobs we hate so we can buy shit we don’t need. We’re the middle children of history, man. No purpose or place. We have no Great War. No Great Depression. Our great war is a spiritual war. Our great depression is our lives. We’ve all been raised on television to believe that one day we’d all be millionaires, and movie gods, and rock stars, but we won’t. We’re slowly learning that fact. And we’re very, very pissed off.
 

On settembre 29, 2009, in Senza categoria, by prepapero

Andiamo a mangiare


Oggi, consumando il mio consueto pranzo nel ristorante indiano dietro casa, vi pensavo (si’, pensavo a voi, lettori) perche’ cercavo di aprire gli occhi sulle principali differenze tra un ristorante in Italia e uno in India. Perche’ ormai dopo sei mesi qui io non ci faccio piu’ molto caso, ma voi si’. Voi, se foste seduti con me a mangiare un thali, vi sorprendereste di alcuni dettagli. Ma vediamo quali:

L’ordinazione

L’ordinazione in Italia si fa una volta sola al cameriere, lui la appunta su un fogliettino, dopo un tempo variabile compreso tra i 5 e i 10 minuti, ecco lo stesso cameriere portarvi la pietanza desiderata al vostro tavolo e dire
- Prego
e voi
- Grazie

Ordinazione in India. Prima di tutto, visto che il locale e’ spesso affollato, prima mi siedo e chiamo un cameriere con un gesto. Arriva, gli chiedo un thali e un chai, un the. Ascolta, se ne va.

Se dopo cinque minuti ancora non si muove niente e vedete servire chi e’ arrivato dopo di voi e’ il tempo di sbracciarsi, fare la faccia incazzata al cameriere senza dire niente ma indicando il nostro tavolo, ancora vuoto. Il cameriere vede, capisce e annuisce.

Questo e’ un passo fondamentale: se non si protesta almeno un minimo si entra nella lista di quelli che non si lamentano e questo e’ pericolosissimo perche’ il pasto potrebbe non arrivare mai, arrivare sbagliato, ecc. ecc. quindi meglio fare qualche rimostranza a tempo debito.

Dopo altri 5 minuti arriva il piatto. Anche qui attenzione, bisogna controllare. Oggi per esempio mancava lo joghurt (parte integrante del thali) e il cucchiaio. Oltretutto il chai non c’era. Inizio a mangiare, ovviamente usando le mani e ad ogni passaggio di un qualsiasi cameriere gli dico "chai".
Dopo un cinque-sei volte arriva anche il chai, grazie a dio.

Ma in questo caso e’ andata bene, non c’e’ niente di cui lamentarsi.
Inutile chiedere che alcuni piatti siano non piccanti, i camerieri annuiranno fino allo sfinimento quando si ordina e poi il piatto e’ lo stesso di sempre, piccante. Altrettanto inutile dire "grazie" o "arrivederci" quando si paga e si va via: la cortesia e’ trasparente e gratuita e non riceverete nessuna risposta.

A meno di parlare di ristoranti con un po’ di classe, con le tovaglie e i bicchieri di vetro (invece dei classici in acciaio) nessuno mostra un minimo di interesse al cliente perche’ si trovi bene o perche’ torni. Questo non vale solo per il cibo, ma anche per altri tipi di negozi dove, invece di essere il venditore a descriverti tutti i prodotti, evidenziarne le caratteristiche ed offrire alternative, qui e’ il cliente che si deve adoperare per scoprire cosa si vende. A volte e’ che proprio non vogliono lavorare, altre e’ che sono fatti cosi’. Il confine e’ labile o forse le due cose si fondono in una sola.

Ma torniamo al ristorante. Altro punto e’ che ci si abitua a vedere ragazzini di tredici anni che lavorano sodo, servono, puliscono, prendono le ordinazioni. Qui non so come siano messi con la scuola dell’obbligo ma il fatto e’ che questi ragazzini sembrano piu’ piccoli uomini che bambocci.

Poi ci sono i neon di emergenza in caso di blackout, usati quotidianamente e poi -il tocco fino- la cucina e’ all’esterno. Si’, avete capito bene, la cucina, con i fornelli, il cibo, il pane ecc ecc si affaccia proprio sulla strada che e’ un viale a quattro corsie trafficato giorno e notte, polveroso e ovviamente con cani randagi e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.

Oggi ci pensavo: una cosa cosi’ in Italia e che razza di multa ti farebbero?
Ma qui e’ India, qui e’ caos (quante volte l’avro’ gia’ detto?) e va benissimo cosi’.

(nella foto, un thali)

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On settembre 28, 2009, in Senza categoria, by prepapero

Stop, anzi no, vai, continua cosi’


Il ventilatore riprende a girare dopo qualche mese di stop, per qualche giorno il caldo estivo si e’ riaffacciato sulla ridente e trafficata Pune.

Ci sono delle formiche che e’ tutto il pomeriggio che cercano di portare fuori da casa una briciolona di pane raccattata chissa’ dove trascinandola verso la finestra. Sono ore che salgono e scendono con fatica sulla zanzariera e mi chiedo quando capiranno che e’ fisicamente impossibile l’impresa. Moriranno nell’impresa? Vi sapro’ dire.

Le vespe intrappolate tra la finestra e la zanzariera continuano a camminare su e giu’ cercando di riconquistare la loro iniziale liberta’ a cui hanno stupidamente rinunciando venendosi a ficcare in un anfratto. E’ India e bisogna accettare di convivere con la Natura in casa, anche solo per un po’.

Il topo, abbiamo capito assieme a Claudia, una ragazza che ha vissuto in casa questa settimana, si intrufolava nello spazio tra la porta d’ingresso e il pavimento, che abbiamo tappato con un tappeto piegato. La soluzione temporanea sta funzionando.

Nel frattempo e’ finita la bombola del gas, si e’ semi-otturato il lavandino della cucina e si e’ fulminato un neon. Non c’e’ mai stato feeling con questa casa ma ora stiamo esagerando.

Oggi e’ lunedi’ ma sembra domenica: in India e’ festa grande, Dusshera, che ricorda la vittoria del bene sul male. Sono andato a mangiare in un ristorante a due passi da casa, oggi particolarmente affollato. Ho mangiato dell’ottimo cibo indiano condito da due bicchierini di chai rovente. Se c’e’ qualcosa che istantaneamente mi ricorda che sono in India e’ proprio il sapore ricco e intenso del chai, sara’ il latte o il the ma ha un sapore particolare, deciso. Mi ricorda i lunghi giorni di viaggio per il subcontinente, dove i bicchierini di chai per strada si sprecavano.

Davanti alle porte delle case e dei negozi oggi si disegnano grandi mandala propiziatori di buona fortuna e prosperita’.

Saluti

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